Lunedì 28 Febbraio 2005
Antichi stagni: Dublino
antichi stagni

Ci sono luoghi nel mondo che sono speciali, in un modo o nell’altro. Luoghi a cui si è particolarmente legati, e dove si vorrebbe sempre ritornare. Se ci pensate bene, ne troverete di scuro qualcuno anche voi. Una città, un paese, un locale, qualcos’altro. Ognuno di noi ha almeno un posto che sente più suo degli altri.
Che mi piaccia l’Irlanda credo che ormai sia cosa nota. Che io adori Dublino anche. È esattamente come avevo scritto in un post di questa estate: io a Dublino mi sento a casa. Per farvi un esempio: Doolin, piccolo paese della costa atlantica, le cui attrattive principali sono la vicinanza alle Cliffs of Moher (qui una foto, che non rende loro giustizia) e il traghetto per le Aran. Sono nella cucina dell’Aille River Hostel, un posto che potrebbe tranquillamente essere nella Contea vicino a Casa Baggins, a farmi un the e un ragazzo sta chiedendo al tipo dell’ostello dove possa trovare della buona musica tradizionale. Mi inserisco nella conversazione e spiego al ragazzo dove trovare un meraviglioso negozio specializzato a Dublino. Il punto è che io a Dublino c’ero stato sette anni prima ma nonostante questo mi ricordavo perfettamente dove trovare Claddagh Records. Dopo sette anni poteva essere successo di tutto, ma il negozio è ancora lì (all’angolo della piazza con i palazzi graffitati a Temple Bar, se vi capitasse di essere da quelle parti), come mi ha confermato giacomino qualche mese più tardi portandomi il bellissimo 1975 della Bothy Band.
Ho ripensato a questo episodio proprio qualche giorno fa: che cosa ti deve lasciare dentro un posto per far sì che dopo sette anni ti ricordi a perfezione dove si trova un negozio? La risposta che mi sono dato è che l’atmosfera di Dublino è indimenticabile. La città in sé stessa non è bellissima, ma c’è un’aria accogliente come in nessun posto al mondo. Gli irlandesi sono gioviali, aperti e sempre pronti a ridere. Tanto per fare un altro esempio: quest’estate a Dublino ci sono stato praticamente una serata, prima di prendere l’aereo per Edimburgo, e l’ho passata alla nuova distilleria (che poi distilleria non è) della Guinness. Questo luogo bello, futuristico, arioso e molto caro ha tra le caratteristiche principali un bar in cima al palazzo, con le pareti completamente di vetro, da cui si gode un bel panorama della città. L’atmosfera di questo posto è ciò che di più lontano ci possa essere da un pub, ovattata e un po’ trendy. Si sta lì, si sorseggia la propria pinta ammirando Dublino di notte e si chiacchiera sottovoce per non disturbare i vicini e l’atmosfera soft del locale. Eppure anche qui a un certo punto hanno risuonato le note di Molly Malone. La mia idea è che il pub sia nel DNA degli irlandesi e che ogni luogo sia buono per fare un po’ di rumore, soprattutto se c’è un po’ di scura da bere.
Del mio primo viaggio a Dublino (quello di sette anni e mezzo fa, ché quello della scorsa estate non conta) mi ricordo, come fossero successi venti minuti fa: il pellegrinaggio agli studi di registrazione degli U2 a Windmill Lane, verso il porto, il pomeriggio del mio arrivo in città; i colori e la confusione di Temple Bar e di Grafton Street, con i pub, i locali e i buskers; due ragazzi italiani che, con una chitarra e un tamburo che poteva benissimo essere un secchio di plastica, cantavano Guccini e una canzone sulla liberalizzazione della marijuana nella piazza di Temple Bar per alzare qualche sterlina e, di fronte a loro dei monaci che disegnavano con la sabbia un mandala sul selciato; il fish and chips di Leo Burdock vicino alla Christ Church, che la guida descriveva come ‘un’esperienza mistica’, e con cui sono pienamente d’accordo; Poco Loco, un ristorantino messicano sulla strada tra il castello e il Liffey; la vecchia distilleria della Guinness, in cui si visitavano i luoghi in cui veniva prodotta davvero la scura e in cui si beveva la pinta omaggio in fumoso pub sottoterra.
E poi la Guinness, che in nessun luogo al mondo è buona come a Dublino.

Tags per questo post: irlanda (12)

tuffo di ivanhawk | 17:22 | permalink | commenti (0) | trackback (0)

Lunedì 8 Novembre 2004
Antichi stagni: il Cul-de-Sac
antichi stagni

Ci sono luoghi nel mondo che sono speciali, in un modo o nell’altro. Luoghi a cui si è particolarmente legati, e dove si vorrebbe sempre ritornare. Se ci pensate bene, ne troverete di scuro qualcuno anche voi. Una città, un paese, un locale, qualcos’altro. Ognuno di noi ha almeno un posto che sente più suo degli altri.
Piazza Pasquino è un luogo particolare: la statua che si trova in fondo alla piazza è famosa per essere una delle “statue parlanti”, a cui venivano (e vengono tuttora) appesi cartelli in cui si esprimevano in versi le lamentele dei cittadini. È proprio in questa piazza a due passi dalle fontane di Piazza Navona, e a tre da dove ho abitato fino a qualche anno fa, che si trova uno dei locali che amo di più: il Cul-de-Sac.
Si tratta di una sala stretta e lunga con un bancone di marmo sulla destra all’entrata, e poi due file di tavoli e panche di legno lungo le pareti, sormontate da lunghe mensole piene fino all’orlo di bottiglie di vino. Fino a qualche anno fa le strutture erano sostenute da una serie di tubi innocenti, come l’impalcatura di un cantiere. Oggi i tubi sono stati sostituiti da elementi più leggeri, ma è l’unico cambiamento che ho notato, dopo un periodo abbastanza lungo di assenza.
Per molti versi, infatti, io al Cul-de-Sac ci sono cresciuto, nel senso che, fino a quando ho abitato in centro, ci andavo a mangiare con i miei almeno una volta alla settimana, tanto che con alcuni dei camerieri “storici” ancora ci diamo del tu e all’epoca sapevano perfettamente che cosa avrei ordinato (ho la brutta tendenza a ordinare sempre le stesse cose, ma sto provando a cambiare). Misto di salumi e formaggi (a cui venivano forzatamente aggiunte delle carote o dell’insalata) e tortino di patate. Di bere vino all’epoca non se ne parlava, perciò si andava avanti ad acqua e Coca-Cola. Capitava che, tornando dalla palestra dove giocavo a pallacanestro o da casa dei miei amici, andavo direttamente lì e aspettavo i miei per mangiare.
Per qualche anno sono andato al Cul-de-Sac più o meno una volta a settimana. Poi sono andato a vivere alla Garbatella. Per qualche anno ho smesso di trascorrere le mie serate nel caos (che è andato sempre aumentando) di Piazza Pasquino, ma da qualche tempo sono ‘tornato a casa’: arrivo, saluto Renè o Silvia, aspetto che si liberi un posto, mi siedo e ordino (come sempre) misto di salumi e formaggi (negli anni sono cambiati i salumi e i formaggi…) e tortino di patate. La Coca-Cola ha ceduto il posto ad un buon bicchiere di rosso. Una cena al Cul-de-Sac non è completa senza la meravigliosa mousse al cioccolato con panna, la migliore che abbia mai mangiato.
È bello andare a mangiare fuori sentendosi a casa. A me capita a Piazza Pasquino.

Tags per questo post: roma (23)

tuffo di ivanhawk | 12:56 | permalink | commenti (0) | trackback (0)

Lunedì 28 Giugno 2004
Antichi stagni: il Villaggio Globale.
antichi stagni

Ci sono luoghi nel mondo che sono speciali, in un modo o nell’altro. Luoghi a cui si è particolarmente legati, e dove si vorrebbe sempre ritornare. Se ci pensate bene, ne troverete di scuro qualcuno anche voi. Una città, un paese, un locale, qualcos’altro. Ognuno di noi ha almeno un posto che sente più suo degli altri.
La prima volta fu in quarto liceo, per un concerto della Banda Bassotti. Non ero mai stato in un centro sociale, prima. Ci portò lì Sean, un compagno di classe, oltre che uno dei migliori chitarristi che abbia mai sentito. Entrammo dalla parte di Testaccio e attraversammo quell’immenso cortile, circondato dai bassi edifici in stile liberty del mattatoio, che è il Campo Boario. Il palco quella volta era da un’altra parte rispetto ai concerti successivi: da dove eravamo entrati (quella rimarrà sempre l’entrata del Villaggio, per me) era in fondo a sinistra. Fu un bel concerto che terminò con i Bassotti che cantavano Bella Ciao o Figli della stessa rabbia insieme a dei bambini. Da quel momento il Villaggio Globale è diventato il mio centro sociale, quello dove mi sento più a mio agio. Gli altri (La Strada, il Forte, il Branca, il Faro…) sono tutti troppo “stretti”. L’enorme spazio del Campo Boario, da cui si vedono solo il Monte dei Cocci, l’archeologia industriale del Gazometro e gli edifici della zona di Porta Portese, che però sono lontani dall’altra parte del Tevere, ti permette di respirare, di parlare senza bisogno di strillare, di stare per conto tuo se non ti va di sentire la musica, di respirare e di stare rilassato e non pressato nella calca. Anche la parte al chiuso del Villaggio è così: tante stanze, tutte molto belle, decorate con graffiti o con le vecchie decorazioni, in cui si può stare tranquilli e rilassati.
Dopo quel concerto dei Bassotti, soprattutto nelle estati successive, il Villaggio è diventata una sorta di “base”: finita la scuola io e i miei amici ci vedevamo lì quasi tutte le sere, anche se non c’erano eventi o concerti particolari. “Che si fa?” “Boh, ci becchiamo al Villaggio e decidiamo.” Si arrivava, si pagava la sottoscrizione all’ingresso (5000 lire, all’epoca), si entrava e si stava lì, anche solo a chiacchierare, bre birra e mangiare un ottimo shawarma. Per un periodo, su uno dei muri ha anche campeggiato un graffito fatto con la vernice verde metallizztata della Vespa di un amico con la scritta Metalmeccanica, il nome della band in cui cantavo.
Oggi sono cambiate parecchie cose: il palco non è più dove era per quel concerto dei Bassotti, ma è sotto un bel tendone da circo, metà del Campo Boario è occupata da roulottes e ora si entra solo dal lato del Lungotevere (per me rimarrà sempre “da dietro”). L’aria che si respira però è sempre la stessa, e anche se oggi non ci vediamo .lì tutte le sere, ogni volta che c’è un concerto è sempre un piacere pagare i 6 euro (l’inflazione e il cambio di moneta hanno colpito anche qui) per l’ingresso e, anche se ora che non abito più alla Garbatela capita meno spesso, è sempre bellissimo passare con il buio sul Ponte di Ferro venendo da Piazzale della Radio e voltarsi a sinistra. La bandiera rossa che sventola sul pennone del tetto del Villaggio è sempre lì, illuminata dalle cellule fotoelettriche. Ed è sempre una vista rassicurante.

Tags per questo post: roma (23)

tuffo di ivanhawk | 12:53 | permalink | commenti (1) | trackback (0)

Martedì 24 Febbraio 2004
Antichi stagni: Rennes-le-Chateau
antichi stagni

Ci sono luoghi nel mondo che sono speciali, in un modo o nell’altro. Luoghi a cui si è particolarmente legati, e dove si vorrebbe sempre ritornare. Se ci pensate bene, ne troverete di scuro qualcuno anche voi. Una città, un paese, un locale, qualcos’altro. Ognuno di noi ha almeno un posto che sente più suo degli altri.
Uno dei miei posti è un piccolo paesino di centinaio di anime sui Pirenei, in Francia, a una sessantina di chilometri dalla fortezza medievale di Carcassonne. Ci sono stato una sola volta, la scorsa estate, nello stesso viaggio di cui parlavo nel post precedente, ma lo conoscevo (e lo volevo visitare) già da qualche anno. Ne avevo letto su tanti libri e l’avevo visitato virtualmente giocando a Gabriel Knight 3. Rennes-le-Chateau infatti non è un posto qualsiasi: chi come me è appassionato di misteri, templari, società segrete e Graal sicuramente conosce questo piccolo paese nel distretto dell’Aude, a pochi chilometri dal confine con la Spagna. Senza entrare nel dettaglio della storia e della leggenda legate a questo luogo vi basti sapere che si dice che un grande tesoro sia nascosto nei suoi dintorni: c’è chi dice che si tratti dell’oro dei templari, chi di quello dei catari, chi addirittura del Santo Graal. Se l’argomento vi interessa i libri e i siti internet che ne parlano non si contano. Il tesoro che ho trovato io è di tutt’altro genere: ho scoperto un posto affascinante e bellissimo. Io e la mia ragazza ci siamo fermati a Rennes-le-Chateau andando verso Barcellona, dopo aver percorso una strada provinciale che si snodava per parecchi chilometri per le prime pendici dei Pirenei da Narbonne: la strada non permetteva velocità elevate, ma ci ha dato la possibilità di ammirare uno splendido panorama della regione, che è in buona parte coltivata a vite (si produce un vino che non ho avuto la fortuna di assaggiare, ma che si dice che sia decisamente valido, il Blanquette de Limoux). Ci siamo fermati a Rennes-les-Bains, a una decina di chilometri da Rennes-le-Chateau, e già qui abbiamo fatto una scoperta: questa piccola città termale che sorge sul fondo della valle del fiume Sals è un piccolo gioiello, costruita praticamente a picco sul fiume, e con un campeggio piacevole e pulito, proprio sulla riva. Per raggiungerlo bisogna attraversare un passaggio di cemento costruito di fronte a una piccola rapida, che dà l’impressione di camminare sulle acque. La chicca di Rennes-le-Bains è un’altra, e si trova sulla strada, poco prima di entrare in paese: all’altezza di una curva della strada, sulla destra si vedono i resti di una terma romana e, dall’altro lato, l’acqua sgorga nel fiume da una cascatella sotto cui si può fare una splendida doccia tiepida. Gli altri paesi nei dintorni di Rennes-le-Chateau sono belli e piacevoli da visitare, anche se è la valle stessa a essere la vera attrattiva, maestosa e soleggiata, con i paesi arroccati sulle coste montuose, come Esperaza, dove si possono ammirare le rovine di un castello. Il villaggio di Rennes-le-Chateau è piccolo e con una strana atmosfera, a metà tra il villaggio contadino e l’attrazione turistica: sono molti i visitatori che riceve, attirati lì dal mistero che circonda la chiesa della Maddalena e gli edifici che la circondano, fatti costruire alla fine del XIX secolo dal parroco dell’epoca, Bérenger Saunière. La chiesa, con le sue decorazioni strane e misteriose, la Villa Bethania (che ospita un museo su Saunière e sul mistero del paese), con il suo giardino e il balcone semicircolare che guarda verso un luogo chiamato Valdieu, la Valle di Dio, e la torre Magdala sono luoghi incongrui in quel contesto, e proprio per questo sono affascinanti. Forse anche la trappola per turisti messa su nella chiesa, che apriva per pochi minuti ogni ora e in cui veniva diffusa una musica d’organo rendeva il tutto più carico d’atmosfera. Quando siamo andati via da Rennes-le-Chateau, dopo tre giorni di giri e di esplorazioni (e dopo aver conosciuto una simpatica coppia di turisti inglesi che viene da anni a Rennes-le-Bains, e a cui non interessa assolutamente nulla del mistero), abbiamo preso la strada verso il confine che attraversa i Pirenei vicino ad Andorra, che si snoda lungo il fiume Aude, che ha formato una vera e propria gola, in cui il sole crea effetti cromatici splendidi e in cui sembra un piacere fare rafting. Quando ci tornerò (perché sono sicuro che ci tornerò) vi saprò dire…

Tags per questo post: rennes-le-chateau (1), viaggi (41)

tuffo di ivanhawk | 15:18 | permalink | commenti (8) | trackback (0)