Mercoledì 23 Gennaio 2008
Longshot Comics
libri e fumetti

Immaginate una vignetta di un fumetto, con personaggi, ambienti, vestiti, espressioni e tutto il resto. Ora allargate il campo dell'inquadratura. Allargatelo ancora. E ancora. E ancora. Ciò che vedrete, probabilmente, saranno dei puntini. Ed è proprio ciò che troverete in Longshot Comics, geniale volumetto di Shane Simmons, pubblicato in Italia da ProGlo. La lunga (e inutile, aggiunge l'autore nel sottotitolo) vita di Roland Gethers che attraversa l'età vittoriana, l'industrializzazione, le due guerre mondiali è tutta raccontata a puntini, con dialoghi lunghi al massimo quindici parole. Un incredibile esercizio di minimalismo stilistico, che però non sacrifica nulla dal punto di vista del racconto. Anzi, per quanto strano possa sembrare, i personaggi sono riconoscibili ed espressivi. La sceneggiatura è frizzante e ha un gran ritmo e la "quasi assenza" dei disegni è un punto di forza della storia.
La vita del protagonista è narrata dalla nascita alla morte, ed è un susseguirsi di vicende più o meno importanti dal punto di vista storico. Il tono è spesso leggero e in alcune occasioni si ride anche di gusto (un paio di battute sono davvero geniali), ma ci sono momenti - soprattutto nelle ultime pagine - in cui l'amarezza la fa da padrona e se si sorride, è una risata parecchio amara. Il protagonista non ha nulla di eroico o di particolare, anzi in molte situazioni risulta essere anche antipatico, ma nonostabnte questo, ci si affeziona alla sua vicenda.
Il tutto come detto vedendolo solo da molto lontano, come un punto che interagisce con altri punti. Fatevi un favore, andate qui spendete i 6,90 euro (compresi di spedizione) che ProGlo vi chiede e leggete Longshot Comics. Non rimarrete delusi.

Shane Simmons, Longshot Comics, ProGlo Edizioni, 56 pp., € 4,90.

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tuffo di ivanhawk | 16:48 | permalink | commenti (1) | trackback (0)

Mercoledì 19 Settembre 2007
Le ultime uscite
libri e fumetti

Adoro andare in libreria, ma ogni tanto è una vera frustrazione: ieri, per esempio.
Proprio l'altro giorno ho speso 20 euro per comprare Shock economy di Naomi Klein, che leggerò appena finisco il paio di libri che ho in attesa.
Ieri entro da Feltrinelli e scopro che è uscito il nuovo libro di Marcus Du Sautoy, l'autore di L'enigma dei numeri primi, che avevo letto e adorato tre anni fa.
La frustrazione? A saperlo avrei risparmiato (per ora) i 20 euro per Naomi Klein, e avrei preso il libro di Du Sautoy. Ma tanto risolverò in tempi brevi...

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tuffo di ivanhawk | 11:50 | permalink | commenti (0) | trackback (0)

Venerdì 24 Agosto 2007
In ritardo
libri e fumetti

jd5072lx2.jpgMi è capitato spesso di iniziare a seguire qualcosa non dall'inizio: gli esempi più eclatanti della mia "carriera" sono E.R., Friends e X-Files. Un caso fortuito vuole che, di solito, inizi dalla terza stagione, e poi, in un modo o nell'altro, recuperi quello che veniva prima.
Quest'estate è successo di nuovo: complice il fatto che fuori non mi ero portato nulla da leggere, e resomi conto che il mio QI crollava ogni volta che aprivo una delle tipiche riviste di gossip che si possono trovare in giro in una casa di campagna, ho deciso che dovevo trovare qualcosa di meglio. Perciò sono andayto in edicola e ho spulciato l'angolo dei fumetti.L'occhio mi è caduto su un fumetto di un autore del quale seguo (e apprezzo) regolarmente il blog, ma di cui non avevo letto quasi nulla. E per di più era un ottimo starting point: l'inizio (guarda caso) della terza stagione di John Doe.
Già l'idea di un fumetto diviso in stagioni come un telefilm mi intriga, e se ci aggiungete il fatto che nei due numeri che ho letto finora (il 50 e il 51) sono decisamente piacevoli, sia dal punto di vista dei testi, bei dialoghi, ottimo ritmo, che da quello dei disegni (le matite di Alessio Fortunato del 51 sono splendide), capirete facilmente che ho trovato una nuova serie da seguire.
Apro una piccola parentesi: è bello vedere un fumetto italiano, nel classico formato bonelliano - che di solito è sinonimo di staticità e di 'tutto cambia perché nulla cambi di gattopardiana memoria (qualcuo ha detto Lazarus Ledd?) - che ha il coraggio di cambiare le proprie carte in tavola. A leggere i riassunti, chi ha iniziato a leggere John Doe dal numero 1 aveva di fronte un scenario decisamente diverso da quello che ho incontrato io. Ci vuole un bel coraggio e una ottima pianificazione.
Il vero problema è che ora ho 49 numeri da recuperare. Ma non vedo l'ora di iniziare.

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Giovedì 12 Aprile 2007
R.I.P. Kurt Vonnegut
libri e fumetti
American planes, full of holes and wounded men and corpses took off backwards from an airfield in England. Over France, a few German fighter planes flew at them backwards, sucked bullets and shell fragments from some of the planes and crewmen. They did the same for wrecked American bombers on the ground, and those planes floew up backwards to join the formation. The formation flew beckwards over a German city that was in flames. The bombers opened their bomb bay doors, exerted a miracolous magnetism which shrunk the fires, gathered them into cylindrical steel containers into the bellies of the plaes. The containers were stored neatly in racks. The Germans below had miracoluos devices of their own, which were long steel tubes. They used them to suck more fragments from the crewmen and planes. But there were still a few wounded american, though and some of the bombers were in bad repair. Over France, though, German fighters came up again, made everything and everybody as good as new.

When the bombers got back to theiur base, the steel cylinders were taken from the racks and shipped back to the United States of America, where factories were operating night and day, dismantling the cylinders, separating the dangerous contents into minerals. Touchingly, it was merely women who did this work. The minerals were then shipped to specialists in remote areasIt was their business to put them into the ground, to hide them cleverly, so they would never hurt anybody again.

Slaughterhoouse Five

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Giovedì 29 Marzo 2007
Sprayliz, ancora una volta
libri e fumetti

La cosa non è voluta, ma anche questo post parla di una mia grande passione, e in particolare di un 'ponte' tra la mia adolescenza e il presente. Tanto per ricordarsi chi si è e da dove si viene.
Negli anni novanta spendevo un gran parte della paga che i miei mi davano in fumetti.Tra le tonnellate di fumetti Marvel e manga che leggevo all'epoca (e che al momento si stanno lentamente spostando dalla soffitta della casa dei miei a una biblioteca pubblica) ce n'era uno che non aveva nulla a che fare con questi. Poca violenza, nessun superpotere, autore italiano, formato stile Diabolik e una protagonista donna. Sto parlando di Sprayliz di Luca Enoch. La storia di una graffitara e delle sue avventure in una grande città, tra poliziotti violenti, sindaci intolleranti, centri sociali idealizzati e amiche omosessuali. Era una lettura diversa e fresca, che mi ricordava la mia vita, non nel senso letterale, ma che aveva l'atmosfera di un'occupazione scolastica e delle tante idee che giravano. Il tutto raccontato con ritmo, leggerezza e dei disegni straordinari.
Bene, la scorsa Lucca, ho scoperto che non ero l'unico affascinato da questa simpatica e disinibita scavezzacollo, tanto è vero che ho comprato il primo di una serie di tre volumi che ristampano tutte le storie di Sprayliz. In questi giorni sto leggendo il secondo, che raccoglie le storie che già conoscevo, e mi sto di nuovo beando dei dialoghi a volte erbosi e moralisti e dei bellissimi disegni di Enoch.
E mi fa un piacere immenso.
Ultima cosa: a casa ho un blocco che porto con me alle mostre mercato del fumetto e su cui mi faccio fare i disegni. Di Sprayliz ne ho ben due, fatti nel 1996 ( o anche prima). All'ultima Lucca, Enoch mi ha omaggiato con questa splendida Gea (la sua creatura più recente, pubblicata da Bonelli).

Luca Enoch, Sprayliz (3 volumi), 245 pp. Edizioni BD, € 17.50

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Martedì 23 Maggio 2006
Tutto quello che fa male ti fa bene
libri e fumetti

Di solito sono sempre un fautore del confrontarsi con chi ha idee completamente diverse dalla tua. Può capitare che ci si incazzi, ma di solito alla fine si impara sempre qualcosa. Però ogni tanto fa bene anche scoprire che esiste qualcuno che ha le tue stesse identiche idee su uno specifico argomento e che, anzi, le ha studiate e sviluppate molto meglio di quanto avresti mai potuto fare tu. È proprio questo il caso di questo Tutto quello che fa male ti fa bene di Steven Johnson.
Prendete una serie di luoghi comuni duri a morire e dimostrate (non proponete, o arguite, dimostrate) che quello che succede nella realtà è l'esatto opposto di quello che i luoghi comuni suddetti affermano. La dimostrazione in questione parte dall'assunto (indiscutibile) che la tv, i videgiochi, i giochi di ruolo e i film sono molto più complessi oggi di quanto non lo fossero anche solo 20 anni fa: basta guardare (per fare solo un esempio, ma il discorso vale per quasi tutti i generi o i media più "nuovi") un qualsiasi telefilm di oggi e conforntarlo con gli equivalenti anni '80 per accorgersene. Nonostante questa maggiore complessità riusciamo a seguire sena problemi anche le trame o le costruzioni più complicate. Che vuol dire questo? Che al contrario di quello che normalmente si pensa, la TV (o il cinema, o i fumetti, o i videogiochi...) non ci rende più stupidi, ma più intelligenti. Questo ribaltamento di prospettiva è esemplificato e spiegato da Johnson in maniera inattaccabile, e alla fine non si può non essere d'accordo con lui. Durante la lettura mi è capitato di pensare alle sensazioni che provo giocando a Prince of Persia (come sto facendo ora) e a trovarle messe in bella prosa sulle pagine. Alla fine mi sono trovato a pensare che poche volte mi sono trovato più d'accordo con l'autore di un saggio.
Il mio consiglio è di leggere Tutto quello che fa male ti fa bene sia che crediate ai lughi comuni, sia che come me, non ci crediate. Ne uscirete o convertiti o ancora più convinti di essere nel giusto.

Un'ultima nota: mi rendo sempre più conto che senza inkiostro questo blog avrebbe molte meno cose da dire.

Steven Johnson, Tutto quello che fa male ti fa bene. Perché la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono intelligenti, Mondadori, 203 pp., € 15.00.

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Giovedì 4 Maggio 2006
Manga, fast food & samurai
libri e fumetti

Un padre e un figlio in viaggio in Giappone. Con una sola regola: evitare il vero Giappone, quello dei samurai, dei templi e del teatro Kabuki. Un bambino di dodici anni appassionato di manga e anime convince il suo padre scrittore a vedere un altro aspetto del paese del Sol Levante. Il resoconto di viaggio di Peter Carey racconta il suo tentativo di provare a conoscere meglio il mondo e le passioni di Charley (suo figlio) per cercare di chiudere quel gap che per definizione divide due generazioni. Quello che ne esce è un classico esempio di shock culturale, che nasce sia dalla differenza di età (Peter vorrebbe vedere solo musei e attrazioni turistiche "classiche", Charley non vorrebbe muoversi dai quartieri più tecnologici di Tokyo, dalle sale giochi e dai negozi di fumetti), sia dalla distanza - effettiva ma anche immaginata - che separa la mentalità di uno scrittore australiano trapiantato in America dal Giappone.
È un continuo di aspettative e di ricerca di una profondità frustrata: sia durante l'incontro con un famoso fabbro fabbricatore di katana, sia durante quello con Yoshiyuki Tomino, il creatore di Gundam, Charley cerca di trovare una sorta di 'mistica' o di significato profondo nel lavoro delle persone con cui ha a che fare, ma le risposte che riceve sono spesso e volentieri ciò che di meno appassionante ci si aspetti. Gundam (la serie animata che ha rivoluzionato il mondo degli anime robotici) è stato progettato per vendere giocattoli. Un po' meglio va quando Peter parla con i suoi amici o con il ragazzo che Cherley ha conosciuto su internet (un quindicenne appassionato di Gundam), che gli spiegano alcuni degli aspetti più strani del mondo dei manga, degli anime e degli otaku. In una di queste conversazioni si scoprono anche alcuni aspetti che costituiscono il background che un giapponese ha quando guarda Totoro di Hayao Miyazaki.
Per dirla con gli americani questo libro è un bel reality check sui luoghi comuni sul Giappone: il fascino dell'esotico e del mistico (l'orientalismo di cui parla Edward Said) è spesso una costruzione mentale di noi occidentali, che attribuiamo un valore speciale a qualcosa che speciale non è, o almeno non lo è per forza. Per chi come me è appassionato della storia e della cultura di questo paese è una lettura salutare, che smonta un po' delle costruzioni mentali e dei pregiudizi, e che riporta lo sguardo e la mente del lettore "a quote più normali" (come direbbe Battiato).
Piccola nota negativa, sempre legata ai luoghi comuni: perché diavolo un libro come questo deve avere un titolo (che non è una traduzione dell'originale Wrong about Japan) come Manga, fast food & samurai, che è il massimo dello stereotipo?
Fatto sta che la mia voglia di andare in Giappone non è diminuita di un millimetro e non nego di aver provato una sincera invidia quando ho letto dell'incotro che Peter e Charley hanno con nientemeno che il maestro Hayao Miyazaki.

Peter Carey, Manga, fast food & samurai, Feltrinelli, 127 pp., € 10.00

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Mercoledì 22 Marzo 2006
Grey
libri e fumetti

Avevo da poco iniziato a leggere fumetti, doveva essere il 1991 o il 1992, quando uscì il primo numero di una delle serie che all'epoca mi colpirono di più. Lo pubblicava la Granata Press, la casa editrice che portò (o riportò, a seconda delle interpretazioni) in Italia i manga, pubblicando serie ormai mitiche come Ken il Guerriero, Xenon o Lamù. Si trattava di una storia di fantascienza pura, in cui un soldato combatteva per guadagnarsi la cittadinanza in un mondo postapocalittico. Il titolo era Grey e l'autore era Yoshihisa Tagami.
Oggi Grey torna nelle fumetterie grazie a un editore che si sta guadagnando sempre di più la mia stima, la Free Books. AAmmetto che in tutti questi anni mi sono chiesto più volte perché nessuno ristampasse quello che io ritenevo fosse un ottimo fumetto, e quando ho saputo di questa nuova edizione sono stato parecchio contento e ho rotto abbastanza le scatole al mio fumettaro di fiducia.
Alla fine l'altro giorno sono riuscito a metterci le mani sopra e l'ho letto nelle ore successive. Mi ricordavo la storia solo vagamente e non so quanto il nuovo adattamento (fatto direttamente dal giapponese, al contrario della prima edizione) sia diverso da quello che avevo letto, ma in ogni caso non sono assoltamente riamsto deluso.
Una storia di fantascienza classica, in cui vieni proiettato direttamente dentro la vicenda, che mi ha ricordato abbastanza i racconti di Heinlein, duri, dritti e senza molti fronzoli. Disegni abbastanza particolari, anche per un manga, dinamici, espressivi e con una notevole attenzione al mecha design.
L'unico dubbio che avevo era legato al fatto che una storia che mi era piaciuta molto all'epoca potesse non reggere al passare del tempo, ma fortunatamente sono stato smentito: tutto tiene, sia dal punto di vista dei temi (che anzi forse riesco ad apprezzare anche di più), sia di ritmo, sia di disegni. E non è una cosa facile. Un bel salto nel futuro, che però mi ricorda il mio personale passato.

Yoshihisa Tagami, Grey, Free Books, 208 pp., € 5,90

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Mercoledì 7 Dicembre 2005
Brevi appunti su Craig Thompson
libri e fumetti
Blankets

La mia carriera di appassionato lettore di fumetti (se si escludono Topolino e i Suoi Derivati) risale più o meno al 1990. Da quel momento, dopo un prestito di un paio di volumi di supereroi Marvel da parte di un amico, ho iniziato a collezionare e ammucchiare sulle librerie di casa albi su albi, arrivando a spendere ogni mese anche cifre considerevoli. Negli ultimi anni ho iniziato a scegliere meglio: spendo meno e leggo cose più belle, almeno spero.
Fino a quest’anno ho letto solo cose più o meno mainstream, supereroi all’inizio e manga più recentemente, ma, siano benedetti Repubblica e i suoi Classici, ho iniziato a guardare con un po’ più di attenzione al fumetto “d’autore” – breve inciso: non sopporto questa definizione neanche un po’, mi sa di puzza sotto al naso e snobismo lontano un miglio, ma serve per rendere l’idea. Perciò mi è capitato di mischiare cose diverse e che, forse, fino a qualche anno fa avrei ritenuto pallose oltre ogni limite o simili alle mie abituali letture. Tra queste voglio segnalare quelle di un autore americano, Craig Thompson. Ho letto il suo Blankets la scorsa estate, subito dopo Persepolis di Marjane Satrapi e l’ho trovato veramente splendido. Quasi 600 pagine per raccontare la difficile infanzia e adolescenza dell’autore, tra molestie ed educazione fondamentalista cristiana tipica del Mid-West americano (da dove credete che vengano i voti che hanno fatto vincere Bush alle ultime elezioni?), della perdita dell’innocenza e del potere di farti crescere dell’amore. Una storia con momenti struggenti e bellissimi, forti e non mitigati (come per certi versi capita leggendo la Satrapi – sarà che le ho lette una dietro l’altra, ma Persepolis e Blankets hanno più di un punto in comune, per me) dai disegni, stilizzati, intimisti, personali ma infinitamente espressivi. Se ci penso ora, probabilmente è il miglior libro che ho letto quest’anno.
Ieri sera invece ho fatto tardi per finire il suo Carnet di viaggio, un vero e proprio diario disegnato del suo viaggio tre mesi in Francia, Spagna e Marocco per documentarsi per il suo prossimo progetto. Appunti sparsi, impressioni di un americano che si confronta con lo straniero e con l’impressione che di un americano possono avere dei marocchini musulmani. E tanti schizzi (alcuni realizzati anche con una penna a sfera), di panorami, gatti, alberi e persone, soprattutto ragazze, in cui il tratto è più realistico di quello usato in Blankets. Da cui traspare una sincerità totale, quasi disarmante, anche nei momenti di maggiore frustrazione e stanchezza del viaggio, in cui il cultural shock si fa sentire di più e in cui alcune reazioni, giudicate a mente fredda, possono essere eccessive, ma sono assolutamente umane.

Craig Thompson, Blankets, Coconino Press, 592 pp., € 29
Craig Thompson, Carnet di viaggio, Coconino Press, 224, pp., € 15

NOTA: avrei messo volentieri i link alle pagine dei volumi per premettervi di acquistarli direttamente online, ma la navigazione del sito della Coconino è un po’ complicata. Dovrete accontentarvi di cercarli a partire da qui.

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tuffo di ivanhawk | 12:43 | permalink | commenti (0) | trackback (0)

Martedì 27 Settembre 2005
3 days' reading
libri e fumetti

Ero alla ricerca di un libro – un romanzo, stranamente – da leggere a cuor leggero, in pochi giorni. Dagli scaffali di Feltrinelli è uscito Survivor di Chuck Palahniuk. Di suo avevo già letto, in inglese, Fight Club, e devo dire che il film mi è piaciuto di più del romanzo. Per ora quello che mi ha incuriosito, oltre alla trama nel risvolto della copertina (peraltro graficamente molto bella) è la scelta di numerare capitoli e pagine al contrario, come un conto alla rovescia.

Che dite, ho scelto bene?

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tuffo di ivanhawk | 14:48 | permalink | commenti (0) | trackback (0)

Sabato 17 Settembre 2005
Per chi come me è innamorato di Jack...
libri e fumetti

...e come me ha la mentalità un po' nerd, la raccolta di molte (non tutte, ma molte) copertine di On the Road.

(via QP)

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Mercoledì 24 Agosto 2005
Come una bestia feroce
libri e fumetti
Compra Come una bestia feroce online

Ho capito una cosa di me: sono principalmente un lettore di saggistica, più che di narrativa. Non so esattamente il motivo ma è così: tra tutti i libri che leggo ogni anno saranno uno o due i romanzi. Edward Bunker, che purtroppo ci ha lasciato recentemente, è uno di quegli autori che tengo sempre presente quando devo scegliere un romanzo. Avevo già letto il suo Educazione di una canaglia, che si legge come un romanzo ma in realtà è la sua autobiografia, e per farmi compagnia durante il concerto degli U2 e poi in Grecia, ho scelto Come una bestia feroce. Chiarisco subito che la scelta è stata felice.
Bunker sa di cosa parla, e chi lo conosce anche solo un po’ lo sa, quando racconta la vita di Max Dembo, rapinatore che appena uscito di galera cerca di rigare dritto nella Los Angeles più oscura, tra tossicodipendenti, agenti per la libertà condizionata e vecchi amici criminali. È un mondo duro, spietato, quello in cui Dembo si muove e in cui è pesante il senso di ineluttabilità del destino. Si è ciò che si è e non si può cambiare la propria natura in nessun modo, e se è necessario fare cose orribili per seguirla, così sia. Nonostante Bunker scriva in prima persona non si riesce a identificarsi con Dembo, il racconto è freddo. La sensazione che si ha è, come dicevo prima, di una totale e assoluta ineluttabilità che spinge i vari personaggi incontro al proprio destino, e a cui opporsi è impossibile. Non c’è nessuna denuncia sociale, nel racconto di Dembo, o se c’è è relegata alle riflessioni del lettore sull’ambiente e la società in cui i personaggi vivono e agiscono. Il tutto condito con dettagli precisi e descrizioni dettagliate e precise del sottobosco criminale di Los Angeles.
Il mio consiglio è di provare a leggerlo con Nebraska o alcune canzoni di Devlis & Dust (The hitter su tutte) di Springsteen come sottofondo. E di immaginare Dembo come un Mr. Blue (il personaggio delle Iene interpretato proprio da Bunker) più giovane.

Edward Bunker, Come una bestia feroce, Einaudi, 360 pp. € 11.

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Martedì 22 Marzo 2005
Visioni dal futuro
libri e fumetti

Dei miei propositi per il nuovo anno (che potete leggere qui) l’unico che per ora sto rispettando è quello di leggere di più (per gli altri ci sto lavorando…), e l’ultimo libro che ho letto è Visioni dal futuro, una raccolta di racconti di Philip K. Dick da cui sono stati tratti film. Proprio questo aspetto ha rappresentato per me uno degli aspetti più interessanti della lettura: Dick è uo degli scrittori più ‘sfruttati’ da Hollywood, ed è interessante vedere come i registi hanno rimodellato, interpretato e in alcuni casi riscritto gli originali. Per esempio, nel passaggio tra la pagina e lo schermo (per chi non lo sapesse, il film è Blade Runner di Ridley Scott), Ma gli androidi sognano pecore elettriche? si è caricato di una analisi psicologica molto più approfondita, soprattutto per quel che riguarda i replicanti, e il meraviglioso monologo di Roy Baty è farina del sacco di Scott, non di Dick. Atto di forza, il film tratto da Ricordiamo per voi prende dal racconto solo la premessa (i ricordi artificiali) per poi andare per conto suo con una trama più estesa e complicata. Quando l’ho visto al cinema, Minority Report mi aveva dato l’impressione di un bel film, in cui Spielberg aveva volutamente alleggerito la componente politica della trama (la discussione sul libero arbitrio che nasce dalla Pre-Crimine e dai suoi metodi), mentre Dick la affronta più direttamente, andando però nella direzione opposta rispetto al film: il protagonista del racconto lotta e uccide per far sì che la Pre-Crimine rimanga finzionante e mantenga il potere che ha acquisito, mentre il buon Tom Cruise alla fine del film fa crollare il sistema e fa vincere il libero arbitrio.
Di questi tre racconti (gli unici di cui ho visto anche i film), proprio Rapporto di minoranza è l’unico che regge il confronto con il film, mentre (ed è raro) sia Blade Runner che Atto di forza sono migliori dei rispettivi racconti, forse perché i registi sono riusciti a sfruttare le ottime idee di Dick in direzioni più attuali o ainquadrarlke sotto una luce più nuova e accattivante.
La cosa più affascinante della lettura è stata però lo soprire quanto attuali siano questi racconti, sotto diversi punti di vista: il centro tematico è più o meno sempre lo stesso, cioè la natura umana e ciò che la caratterizza. Perché i replicanti, che hanno ricordi, sentimenti e reazioni simili a quelle degli uomini, vengono considerati macchine? Qual è la differenza tra il ricordo di un’esperienza vissuta realmente e una artificiale? Conoscere il futuro permette di cambiarlo o la strada è già segnata? Queste sono le domande principali che Dick si pone, e su cui il lettore è invogliato a riflettere. Altra cosa che mi ha colpito: sarà che ci hanno fatto i film, sarà che il cyberpunk (di cui mi sono nutrito per anni) deve moltissimo a Dick, ma pensare che un uomo abbia scritto racconti come quelli contenuti in questo libro negli anni cinquanta è stupefacente. Mi chiedo come ‘vedesse’ l’autore le cose che immaginava, visto che il linguaggio che usa è assolutamente attuale, senza goffaggini o assurdità, dal punto di vista ‘tecnologico’. Immagino che nella testa di Dick gli scenari fossero se non simili, paragonabili a quelli di Flash Gordon, ma i suoi racconti funzionano altrettanto bene in un paesaggio stile Matrix.

Philip K. Dick, Visioni dal futuro, Fanucci, 320 pp., € 24.

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Lunedì 13 Settembre 2004
L’enigma dei numeri primi
libri e fumetti

Quando parto per un viaggio porto sempre con me almeno un libro e qualche fumetto. Tutte le volte mi dico “ma sì, tanto ce la faccio a leggere tutto…” e tutte le volte torno a casa avendo sì e no sfogliato qualche pagina. Quest’anno le cose sono andate in un altro modo: lo zaino non aveva abbastanza spazio (meglio portare una felpa in più, se vai in Irlanda e Scozia…), perciò i fumetti sono rimasti tutti sul comodino (dove ancora aspettano che li legga), io ho portato un solo libro, e non ho mai letto tanto in vacanza. Il libro che ha compiuto questo piccolo miracolo è stato una sorpresa assoluta: L’enigma dei numeri primi racconta la storia di un teorema matematico, e dei numerosi tentativi infruttuosi fatti nell’ultimo secolo di dimostrarlo. Ora, per quanto la mia carriera scolastica vanta una maturità scientifica, la matematica è una cosa che ho sostanzialmente scordato nei lunghi anni che ho trascorso all’università, perciò nonostante il fatto che il titolo del libro mi avesse intrigato da subito, temevo di non riuscire a capirci nulla in un labirinto di numeri e formule. Invece Marcus Du Sautoy (che nella vita insegna matematica a Oxford) racconta in maniera abbastanza chiara e discorsiva i fatti storici, i personaggi coinvolti e soprattutto le teorie e gli approcci che sono stati adottati nel corso degli anni per tentare di dimostrare l’Ipotesi di Riemann, che dovrebbe servire per stabilire quanti numeri primi ci sono in un determinato intervallo. Questa ipotesi sembra essere una sorta di Santo Graal per i matematici contemporanei, tanto che è stato offerto un milione di dollari in premio per chi riuscirà a dimostrarla, perché molti teoremi la prendono per buona. Se alla fine questa ipotesi dovesse dimostrarsi falsa, una buona parte della matematica attuale crollerebbe.
Le seicento e passa pagine del libro scorrono lisce e, misteriosamente, ci si ritrova immersi in un mondo fatto di professori tedeschi che vivono chiusi in osservatori, indiani senza preparazione formale che dimostrano teoremi complicatissimi e numeri particolari, divisibili solo per sé stessi e per l’unità, che diventano stranamente affascinanti, che col tempo assumono una grande importanza per la vita odierna (è proprio su alcune proprietà dei numeri primi che si basa uno dei sistemi di crittografia usati attualmente su Internet). La storia dei tentativi di dimostrare l’Ipotesi di Riemann diventa una sorta di racconto di avventure in cui i protagonisti scalano montagne di teoremi e numeri immaginari e scoprono inaspettati legami con altre branche della scienza (pare che una delle vie che sembrano più promettenti per la dimostrazione sia legata alla fisica quantistica). Morale della favola, in 16 giorni di viaggio (o poco più, avevo cominciato a leggerlo qualche giorno prima) ho letto tutto questo saggio e l’ho apprezzato enormemente.
Se volete potete trovare notizie in rete su questo libro qui (mini-sito della Rizzoli sul libro) o qui (il sito ufficiale dell’autore, in inglese).

Marcus Du Sautoy, L’enigma dei numeri primi, Rizzoli, 606 pp., € 20.

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Martedì 10 Agosto 2004
Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci
libri e fumetti

Trovo che sia un esercizio utile e stimolante confrontarsi ogni tanto con chi non la pensa come noi. È per questo che ho deciso di leggere il nuovo libro di Oriana Fallaci uscito nei giorni scorsi con il Corriere della Sera; in realtà avevo inizialmente pensato di leggere Tradimento di Ann Coulter, una famosa opinionista conservatrice americana di cui parlano (male) sia Michael Moore che Al Franken nei loro libri. Ma l’uscita di questo libro, insieme al fatto che probabilmente non avrei colto tutti i riferimenti presenti nel libro della Coulter, e che probabilmente l’avrei letto con un occhio ironico che un testo del genere probabilmente non merita, mi ha fatto cambiare idea. Quando sono andato in edicola e ho chiesto il libro mi sentivo come se stessi chiedendo qualcosa come Oral Anal No Stop. Comunque ho preso il libro e, tornato a casa, ho iniziato a leggerlo cercando di avere meno pregiudizi possibili, ma preparato a una solenne incazzatura. Non sono stato deluso.
Ci ho messo poco più di un pomeriggio a leggere (e l’ho più o meno riletto per questo post) le 126 pagine di questa arrogante, supponente e spesso irritante autointervista in cui la Fallaci segue l’esempio dettato da Marzullo (“Si faccia una domanda, si dia una risposta”) o, meglio, se la canta e se la suona come vuole sugli argomenti di cui si occupa da tre anni a questa parte, cioè il mondo dopo l’11 settembre 2001. In tutto questo tempo non ho trovato una sola affermazione che avesse dietro una benché minima analisi storica o un qualche riferimento a fatti o studi sugli eventi. Sono 126 pagine di generalizzazioni (I nostri delitti noi li processiamo, li condanniamo. I figli di Allah no. I loro estimatori, i loro sostenitori, nemmeno p. 27), luoghi comuni sulla sinistra che avrebbe il dominio culturale in Italia (tra gli altri a pp. 64, 72, 82), affermazioni (sparse in tutto il testo) sul fatto che i pacifisti e la sinistra in generale sarebbero nient’altro che collaborazionisti, cioè traditori (p. 16). Non ci sono mezze misure, in questo libro: o si è con Oriana, o con Bin Laden. E, a sentire lei, moltissimi sarebbero dalla sua parte ma avrebbero paura di esprimerlo per colpa di una cultura e una comunicazione dominata dalla sinistra e che metterebbe il bavaglio alle voci dissonanti. Ora, personalmente ho un problema con le generalizzazioni, e leggerne una tale quantità tutte insieme è stato un problema. Se a questo si aggiunge che ogni pagina trasuda anche di un ego decisamente privo di modestia (…mi lasci subito dire che su certe faccende non accetto lezioni di civiltà da nessuno. Io le ho impartite tutta la vita, quelle lezioni. Attraverso i miei libri, le mie corrispondenze di guerra e il mio comportamento quotidiano. Sono stata educata bene, io, non come gli ipocriti che fanno i moralisti da una parte e basta. p. 25) e di populismo spicciolo del genere “la gente è stanca”, potete immaginare che alla fine ho provato un senso di sollievo.
La cosa che comunque mi ha dato più fastidio in assoluto è la totale assenza di qualsiasi documentazione a sostegno delle tesi sostenute: la Fallaci non spiega il suo pensiero, pontifica come chi crede di essere in possesso della verità rivelata. Ho già scritto in un precedente post che non ho alcun problema a confrontarmi con chi non la pensa come me, però mi piacerebbe trovarmi davanti dei dati concreti a sostegno di una tesi e non un discorso basato semplicemente sulle opinioni personali, che come tali sono discutibili. Qualche tempo fa ho letto su Haramlik un interessante post in cui Lia confrontava Stupid white men e Ma come hai ridotto questo paese? di Michael Moore e La forza della ragione: vi consiglio di leggerlo, anche perché mi trova completamente d’accordo. MI sarebbe piaciuto che il libro di un persona che afferma che quando intervistava i potenti della Terra, nella maggior parte dei casi ero io a intimidire loro (p. 81), fosse un’analisi magari non condivisibile, ma precisa, puntuale e documentata. Invece, come purtroppo mi aspettavo mi sono trovato davanti a un comizio. Peccato, perché sarebbe stata una bella occasione per imparare qualcosa…

Oriana Fallaci, Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci, Corriere della Sera, 126 p., €4 (più il prezzo del giornale).

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tuffo di ivanhawk | 17:23 | permalink | commenti (1) | trackback (0)

Lunedì 8 Marzo 2004
Il razzismo è una gaffe
libri e fumetti

Qualche anno fa. Stavo preparando l’esame di storia dell’America del Nord. Tra i testi d’esame c’era un saggetto di un centinaio di pagine sul politically correct. L’ho affrontato come se fosse un normale libro da studiare per un esame, e invece ho scoperto un piccolo, prezioso, gioiello. Da quel momento l’ho riletto almeno altre quattro volte, forse più di ogni altro libro. Il razzismo è una gaffe di Flavio Baroncelli si legge in fretta, ma va digerito lentamente, va assaporato a lungo. È un libro che esprime un concetto fondamentalmente semplice, ma che in realtà è piuttosto complicato da focalizzare: il linguaggio che si usa è importante, e in certi casi può anche modificare i nostri comportamenti. Questo vuol dire che se si usa un linguaggio che non comprende termini offensivi verso gli altri, forse prima o poi si incomincerà anche a non vedere le presunte differenze tra “noi” e “gli altri”. Ed è proprio questo il concetto che ho trovato eccezionale: il problema non è di dover “tollerare” (non è un gran termine, lo so: se non vi piace sostituitelo con uno qualsiasi di vostro gradimento) il diverso, ma di imparare (e, per come la vedo io, non è una cosa così facile) a non vedere queste presunte differenze. Il libro parla principalmente del politically correct negli Stati Uniti, senza lesinare le critiche a questo atteggiamento/stile di vita che riesce a raggiungere dei livelli di delirio difficilmente immaginabili, ma la verità che esprime è universale. Basti pensare all’utilizzo come offesa di termini legati all’origine geografica o religiosa di una persona, o dell’indicare un omosessuale o una persona di colore in un modo o in un altro, credendo che il termine più offensivo sia quello “naturale” e che gli eufemismi siano una inutile perdita di tempo. È vero che cambiando solo i termini con cui si etichettano (che pessimo verbo, ma serve a rendere chiara l’idea…) le persone spesso non si risolvono le situazioni, ma è anche vero che i termini che si usano perché ritenuti “naturali” (e che spesso sono quelli offensivi) sono figli di quelle situazioni e delle etichette che sono state attaccate in precedenza, perciò forse usare un linguaggio diverso può essere un primo passo verso il riconoscimento finale che (e cito dal libro) “i neri sono neri perché i razzisti sono razzisti”. La semplice verità di questa affermazione è quasi sconcertante.

Flavio Baroncelli, Il razzismo è una gaffe – Eccessi e virtù del “politically correct”, Donzelli, pp. 108, € 8.26

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tuffo di ivanhawk | 12:43 | permalink | commenti (29) | trackback (0)

Giovedì 18 Dicembre 2003
Piacevoli letture
libri e fumetti

Quando sentite la parola manga a che cosa pensate? Nell’ultimo periodo a me viene in mente subito un nome: Naoki Urasawa. I suoi fumetti (pubblicati in Italia da Planet Manga) non sono i classici manga tutti combattimenti e linee cinetiche cui siamo di solito abituati, ma le storie sono centrate principalmente sullo studio approfondito dei personaggi, degli ambienti e delle atmosfere, anche se l’azione non manca. Due sono le serie che si possono leggere in italiano in questo momento. 20th Century Boys si svolge in un futuro vicino, in cui il Giappone (il mondo?) è sotto il controllo di un misterioso leader noto come l’Amico, e in cui un piccolo gruppo di uomini (che avevano pensato tutta la storia da bambini, per gioco) cercano di difendere la pace terrestre. Le atmosfere richiamano, soprattutto nei primi numeri, It di Stephen King, e la storia si dipana seguendo uno schema fitto di citazioni di fumetti o cartoni animati classici e anche di canzoni rock degli anni ’70. Monster è una storia decisamente strana: siamo in Germania, subito dopo la caduta del muro di Berlino. Un medico giapponese, il dottor Tenma, decide di operare un bambino, ma scoprirà in seguito di aver salvato un mostro. Da questa premessa si sviluppa una storia (siamo giunti al terzo numero) che ha tutte le premesse per essere allo stesso livello di 20th Century Boys. Il suo stile di disegno è piuttosto particolare, espressivo e realistico (non vedrete molti occhioni luccicanti, nelle storie di Urasawa), con una cura estrema dei dettagli, degli sfondi e delle ombreggiature. I fumetti di Urasawa sono piacevoli anche nella confezione: dei bei volumi spessi (ogni uscita italiana equivale a un tankobon giapponese) e ben stampati, con sovraccoperta a colori. Il mio consiglio è, ovviamente, di leggerli. Secondo me non rimarrete delusi.

Naoki Urasawa, 20th Century Boys, bimestrale, Planet Manga, € 7
Naoki Urasawa, Monster, mensile, Planet Manga, € 4

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tuffo di ivanhawk | 16:38 | permalink | commenti (0) | trackback (0)

Venerdì 12 Dicembre 2003
Ma come hai ridotto questo Paese?
libri e fumetti

È la domanda che dà il titolo all’ultimo libro di Michael Moore, rivolta al presidente non eletto George W. Bush. In realtà il titolo originale è ancora migliore: Dude, where’s my country?, che cita il titolo di un film (Dude, where’s my car?, in Italia Fatti, strafatti e strafighe…) che lo stesso Moore aveva consigliato, nel suo precedente libro Stupid White Men, al dittatore nord-coreano Kim Jong Il, noto patito di cinema (“dentro c’è tutto quello che hai bisogno di sapere sull’America”, afferma Moore). Chi ha visto Bowling a Columbine sa che cosa aspettarsi da questo libro: un nuovo atto d’accusa contro l’America più conservatrice, scritto con lo stile caustico e ironico che gli è tipico. Ogni pagina del libro è un atto d’accusa contro Bush e la sua amministrazione, che, aiutati da mass media spesso compiacenti, stanno portando l’America allo sfascio sotto ogni punto di vista: dalla guerra inventata contro l’Iraq agli ostacoli posti sulla strada degli investigatori degli eventi dell’11 settembre 2001, allo smantellemento sistematico dello stato sociale. Uno dei capitoli che ho trovato più interessanti in assoluto è quello in cui, basandosi su risultati di sondaggi di opinione e inchieste (anche di orientamento conservatore), Moore fa un ritratto della popolazione degli U.S.A. che non ci si aspetterebbe: gli americani sono sostanzialmente un popolo con idee moderne e progressiste, molto meno razzista e guerrafondaio di quanto non si veda guardando dall’esterno (e anche dando retta ai media americani). Per un amante della cultura americana come me è stata una vera e propria boccata d’ossigeno sapere che il paese verso cui si rivolgono le maggiori attenzioni (e da cui vengono molti degli interessi) non è così marcio come si crede. Sarei davvero curioso di sapere che risultati potrebbe dare un sondaggio simile, fatto seriamente in Italia, in un periodo come questo, in cui soffia un freddo vento di restaurazione…
P.S.: è decisamente ironico che a pubblicare i libri di Michael Moore in Italia sia la casa editrice di proprietà del nostro presidente del consiglio, lo scendiletto preferito dell’oggetto degli attacchi di Moore, ma tant’è…
P.P.S.: nei link qui accanto trovate il collegamento al sito di Michael Moore. Visitatelo!

Michael Moore, Ma come hai ridotto questo paese?, Strade Blu, Mondadori, pp. 264, €15.00

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tuffo di ivanhawk | 15:28 | permalink | commenti (0) | trackback (0)